«Giochi solo se vai bene a scuola, altrimenti smetti».
Mio padre era uno un po’ all’antica. Voleva che andassi bene a scuola e che non mi sentissi obbligato a percorrere la sua stessa strada.
All’oratorio il campo era di cemento e io da piccolo avevo la fissa di giocare in porta. Mi tuffavo e mi conciavo di brutto. Per me era un gioco, non pensavo alla fama di mio padre. A casa, nel piano sotto al nostro, un mio compagno di scuola aveva un grande terrazzo: giocavamo uno contro uno, anche due contro due. Ho scoperto casualmente che mio padre, quand’era a casa, e non succedeva spesso, ci guardava dal nostro balcone. Riandando a quegli anni, ricordo un’altra cosa: tornando da scuola scendevo due fermate prima e correndo facevo la gara contro il tram. Ecco, credo che la mia competitività sia nata allora.
Mio padre non mi ha mai spinto, né ha preteso per me scorciatoie. A 10 anni arrivo al Milan e il tecnico gli chiede: «Signor Maldini, dove lo faccio giocare?»
«Ah, non so, veda lei», disse, e andò in un angolo della tribuna, il più lontano possibile dal campo…
Lui diceva: «Comportati bene, sii onesto, impegnati sempre al massimo e il 90% è fatto!»
— Paolo Maldini


